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marche-sur-rome-1963-04-gL’affannosa ricerca di qualcosa con cui gettare ombra sui neo parlamentari grillini, dopo una vittoria elettorale che secondo l’immortale costume italico già suscita sia il servo encomio che il codardo oltraggio, alla fine si è condensata sulla senatrice Roberta Lombardi, colpevole di aver difeso certe ambiguità di Grillo con Casa Pound, attraverso una rivalutazione del programma originario del fascismo che sarebbe stato, secondo la neo eletta, di stampo socialista (ma forse si potrebbe vedere sotto questo aspetto anche la Costituzione di Fiume, stilata da D’Annunzio).

Debbo dire che l’antifascismo automatico e rituale mi interessa assai poco, anzi lo considero una delle ragioni per le quali questo Paese non è mai stato in grado di fare i conti con se stesso e per il quale non è mai riuscito a curare i suoi mali oscuri. Non è certo per questo che sono rimasto sorpreso o infastidito dal discorso della Lombardi, ma…

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Enrico Mattei, presidente dell’ENI

A che serve la crisi europea? Una risposta è che rende inevitabile la privatizzazione delle attività pubbliche, con grandi profitti per i privati. Come mostrano i casi di Spagna, Grecia e Portogallo

L’Europa è avvolta in una spirale senza uscita fatta di ricette controproducenti, mentre la crisi fa il suo lento, inesorabile lavoro. Le famiglie, se possono, risparmiano e contraggono i consumi. Le imprese non investono. Le banche cercano di limitare i danni e riducono il credito. Una crisi di debito estero (prevalentemente privato) è stata spacciata per una crisi di debito pubblico. La spesa pubblica viene bloccata con perfetto tempismo da un trattato internazionale che impone un rozzo vincolo di pareggio di bilancio, senza troppo distinguere se si tratti di spesa per investimenti o di spesa corrente.

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miseria e nobiltà - Totò

Miseria e Nobiltà – Totò (1954)

Miseria e nobiltà è la commedia del teatro napoletano più diffusa nel mondo.

Si racconta che la commedia fu scritta da Eduardo Scarpetta nel 1888 proprio per far recitare il figlio Vincenzo nel ruolo Peppiniello . L’opera aggiunse l’apice proprio grazie al film diretto da Mario Mattioli nel 1954.

Prodotto da Carlo Ponti e Dino De Laurentis vedeva la partecipazione oltre al grande Toto’ di Dolores Palumbo come Donna Luisella, di Enzo Turco che interpreta Pasquale, il fotografo ambulante, di Valeria Moricone come Pupella, sua figlia , di Franca Faldini come Nadia la bella modista e i grandissimi Sophia Loren nel ruolo della ballerina Gemma e Carlo Croccolo: Luigino, suo fratello.

Prima del film fortunato di Mattioli , ci sono state altre due trasposizioni cinematografiche dell’opera la prima nel 1914 film muto diretto da Enrico Guazzoni andato purtroppo perduto , di cui restano solo alcune fotografie di scena. Anche l’attribuzione della regia a Guazzoni non è del tutto certa. Il film fu interpretato dallo stesso Scarpetta nonché da una giovanissima Titina De Filippo.

Questa è la versione integrale della fortunata commedia interpretata da Toto’ che fece successo nel mondo.

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goyasanbenitoVogliamo il dibattito a due, a tre a sei? Oppure siamo propensi alla fatidica frase “e chi sene frega”? In tempi normali ci saremmo sentiti orrendamente populisti e superficiali. Invece visto che viviamo qui e ora, dentro un’atmosfera decisamente marroncina, l’argomento s’inverte e nulla appare più qualunquistico e desolante che una cascata di banalità da leader, che serve solo al giochino mediatico del chi ha vinto e chi è stato più “convincente”. Pura politica d’immagine, quella dominante da trent’anni e che adesso pian piano si svela per essere una raffinata forma di non politica.

Davvero può fregare a qualcuno di ascoltare Bersani, Monti e Berlusconi, il buono, il brutto e il cattivo che per un anno sono stati come Laocoonti avvinghiati dentro un massacro insensato? E che ora tacciono, straparlano, promettono e sanno di mentine? Certo se ci fosse qualcuno a fare le domande giuste, ma immagino che a nessuno…

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l_unitaAnna Lombroso per il Simplicissimus

Come quei mariti che dimenticano ostinatamente l’anniversario di matrimonio, all’Unità non se ne è accorto nessuno ieri, che si festeggiava l’ottantacinquesimo anno dal primo numero del quotidiano fondato da Antonio Gramsci.
Della data di nascita siamo certi, 12 febbraio 1924. Meno precisa la data di morte, che coincide forse con la festosa dismissione dell’appartenenza a sinistra, proclamata tramite intervista sul Pais dallo spericolato stilista del partito liquido, oppure prima, quando il giovanotto passato da praticante a direttore, pensò che la vendita porta a porta la domenica era arcaica e conveniva invece accludere sotto plastica gadget, produzioni filmiche più innovative e pop, magari Giovannona Coscialunga, o le figurine Panini. Ed anche la si potrebbe far risalire a quando qualcuno decise che bisognava essere concreti e pragmatici e che la critica ai governi si poteva addomesticare in cambio del regolare versamento dei fondi per l’editoria di “partito”…

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golfodinapoli

Eugenio Bennato – Che il Mediterraneo sia

“Che il Mediterraneo sia”
Testo e musica di Eugenio Bennato

recensione di Antonio Rettura [2003] da rockit

Nell’ascoltare i dodici brani che compongono l’ultimo lavoro del cantautore napoletano si ha l’impressione che qualcosa sia cambiato, specie chi – come il sottoscritto – ha seguito Eugenio Bennato sin da quando faceva parte della storica Nuova Compagnia di Canto Popolare (pietra miliare, occorre ricordarlo della world music italiana ed europea). Si noterà sicuramente che la scelta musicale intrapresa in “Che il Mediterraneo sia” in qualche modo sembra divergere dallo stile cui il fondatore del movimento “Taranta Power” ci aveva abituato.

Ricca di melodie e motivi più orecchiabili anche per l’ascoltatore che non è necessariamente l’appassionato di musica etnica, quest’ultima opera è un prodotto dalla fruizione meno selettiva, quasi ‘consumer’ verrebbe da dire. Ma se questo, in sé, può essere ritenuto un fatto positivo, bisogna pur considerare che tutto ciò ha avuto un ‘costo’ notevole: manca infatti quasi del tutto quello spirito di ricerca che ha contraddistinto i capolavori musicali del Nostro, tanto che sembra essersi affievolito quello spirito ‘filologico’ che rendeva i brani portavoce di culture musicali altrimenti destinate ad una lenta ed inesorabile morte, rinchiuse dentro i corpi degli ultimi cantori e sotterrate nell’oblio.

Sia chiara però una cosa: “Che il Mediterraneo sia” non è un brutto disco, solo che probabilmente non è all’altezza delle aspettative; dall’artista partenopea – che ci aveva abituato fin ‘troppo bene’, facendoci ascoltare i pregiati suoni degli strumenti poveri suonati con una maestria rara – di certo non ci saremmo mai aspettati un pezzo come “Taranta sound” che poco si discosta da un brano a ’140 bpm’ del sabato sera, anche perché tutto ci sembra fuorché taranta. Quasi nostalgico, poi, appare il ricordo di tracce contenute nei precedenti lavori (nello specifico “Pizzica minore” o “Tarantella finale”), capolavori musicali talmente intensi da fare ribollire il sangue nelle vene e scatenare brividi.
Ma è pur vero che un disco non si può giudicare in base ai precedenti artistici dell’autore, poiché ogni opera ha una storia e vita propria. Quest’ultima, come avrete intuito, è decisamente più leggera delle precedenti, con un approccio alla materia più pop che ‘popolare’ (e il secondo aggettivo non è qui usato come traduzione del primo), suonata bene e dagli arrangiamenti accessibili ed orecchiabili, caratterizzata dai ritmi coinvolgenti di brani come “Popolo di tammurriata” o “Vola”, fino alla dolcezza toccante di una “Ninnananna” cantata da una madre al proprio bambino lungo il viaggio su una carretta del mare diretta verso la terra che rappresenta la sopravvivenza – episodio, quest’ultimo, fra i più riusciti del disco.
Concentrando l’ascolto sui testi si percepisce una certa ripetitività (specie attorno ad una spesso evocata ma poco presente ‘taranta’), dove si sente il peso di liriche a volte ‘artificiose’. Tuttavia “Che il Mediterraneo sia” percorre sicuramente rotte nuove nell’espressività e nell’interpretazione del senso di ‘musica etnica’, ma sono pur sempre percorsi che rimandano ancora una volta ad una sensibilità e musicalità che appartiene alle terre toccate dal ‘Mare Nostrum’. (06-09-2003)

Lyrics

Che il Mediterraneo sia
quella nave che va da sola
tutta musica e tutta vela
su quell’onda dove si vola
tra la scienza e la leggenda
del flamenco e della taranta
e fra l’algebra e la magia
nella scia di quei marinai
e quell’onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia

Andare, andare, simme tutt’eguale
affacciati alle sponde dello stesso mare
e nisciuno è pirata e nisciuno è emigrante
simme tutte naviganti
allez, allez il n’y a pas de barrière
nous sommes tous enfants de la même mer
il n’y a pas de pirate il n’y a pas d’émigrant
nous sommes tous des navigants

Che il Mediterraneo sia
la fortezza ca nun tene porte
addo’ ognuno po’ campare
d’a ricchezza ca ognuno porta
ogni uomo con la sua stella
nella notte del dio che balla
e ogni popolo col suo dio
che accompagna tutti i marinai
e quell’onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia

andare andare alla stessa festa,
di una musica fatta di gente diversa
da Napoli che inventa melodia
ai tamburi dell’Algeria
allez allez à la même fête
d’une musique qui va et jamais ne s’arrête
de Naples qui invente sa mélodie
aux tambours de l’Algérie

Che il Mediterraneo sia
quella nave che va da sempre
navigando tra nord e sud
tra l’oriente e l’occidente
e nel mare delle invenzioni
quella bussola per navigare
Nina, Pinta e Santa Maria
e il coraggio di quei marinai
e quel viaggio che non smette mai
che il Mediterraneo sia

(al baar al albiad al mutahuassed)

Che il Mediterraneo sia
quella nave che va da sola
tra il futuro la poesia
nella scia di quei marinai
e quell’onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia.

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l43-casa-pound-121120160354_bigAnna Lombroso per il Simplicissimus

Qualche tempo fa pur conoscendone l’inutilità, lanciai una petizione per la messa al bando di Casa Pound. Credo sia stata una delle meno “firmate” e me lo dovevo aspettare. Era un momento storico particolarmente favorevole ai cretini e ai codardi, quelli che nascondono la viltà e il perbernismo ipocrita dietro il sipario della tolleranza e dei lumi di Voltaire. E infatti c’era stato tutto uno sfarfallio di Ravere e Sansonetti, impegnati  a impartire lezioni di libertà di pensiero e in questo caso anche d’azione, sulla scia di quell’imperdonabile perdonismo, di quell’incivile revisionismo che offende la storia, ingiuria la verità e intralcia il futuro.

Mai come in questo caso “guai ai vinti” è stato un motto impopolare, per comodità non per magnanimità, per complicità intellettuale non per larghezza di idee. E ad essere vinti, rimossi, proibiti di fatto, cancellati sono stati gli ideali per i quali…

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La banda degli onesti – Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia (1956)

La banda degli onesti è un film commedia del 1956 diretto da Camillo Mastrocinque, avente come protagonisti Totò, Peppino De Filippo e Giacomo Furia.

Ideata, scritta e sceneggiata da Age e Scarpelli, la pellicola consacrò il sodalizio artistico di Totò e Peppino, ed è indubbiamente una delle opere più rappresentative del loro cinema.

Antonio avuto quanto necessario per fabbricare biglietti da diecimila da un ex incisore della zecca,convince il tipografo Giovanni e il pittore d’insegne Felice ad aiutarlo a fabbricare le banconote.

Totò spiega il capitalismo a Peppino De Filippo per le strade della Suburra, un vasto e popoloso quartiere dell’antica Roma.

Stampati i biglietti ne spacciano uno in tabaccheria. Antonio saputo da suo figlio finanziere che la polizia e’ sulle traccie dei falsari, convince i suoi complici a desistere dall’impresa. Ma la banda ricercata era un’altra e i tre amici si disfano delle banconote false, contenti di tornare all’onestà.

Regia : Camillo Mastrocinque
Soggetto : Age, Scarpelli
Sceneggiatura : Age, Scarpelli
Fotografia : Mario Fioretti
Scenografia : Alberto Boccianti
Musica : Alessandro Cicognini
Montaggio : Gisa Radicchi Levi
Aiuto regia : Mauro Morassi
Direttore produzione : Vittorio Musy Glori
Produzione : Broggi e Libassi per la DDL,Roma
Durata: 108 minuti
Interpreti e personaggi:
Totò ( Antonio Bonocore )
Peppino De Filippo( Giuseppe Lo Turco)
Giacomo Furia( Felice Cardoni )
Gabriele Tinti( Michele Bonocore )
Giulia Rubini( Marcella Lo Turco )
Anita Ciarli( la madre di Antonio )
Yoka Berretty( Marlene,la moglie di Antonio )
Nando Bruno( il maresciallo Denti )
Salvo Libassi( il brigadiere Solmi )
Mario Meniconi( un finanziere )
Luigi Pavese( il ragionier Casoria )
Lauro Gazzolo( il signor Andrea )
Gildo Bocci( il tabaccacio )
Enzo Maggio( il barista )
Memmo Carotenuto( l’aspirante portiere )
Guido Martufi( Riccardo )
Andrea De Pino( il dottore )

copertina disco battisti - la collina dei ciliegi

Lucio Battisti – La Collina Dei Ciliegi

E se davvero tu vuoi vivere una vita luminosa e più fragrante
cancella col coraggio quella supplica dagli occhi
troppo spesso la saggezza è solamente la prudenza più stagnante
e quasi sempre dietro la collina è il sole
Ma perché tu non ti vuoi azzurra e lucente
ma perché tu non vuoi spaziare con me
volando contro la tradizione
come un colombo intorno a un pallone frenato
e con un colpo di becco
bene aggiustato forato e lui giù giù giù
e noi ancora ancor più su
planando sopra boschi di braccia tese
un sorriso che non ha
né più un volto né più un’età
e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini
ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
e più in alto e più in là
se chiudi gli occhi un istante
ora figli dell’immensità
Se segui la mia mente se segui la mia mente
abbandoni facilmente le antiche gelosie
ma non ti accorgi che è solo la paura che inquina e uccide i sentimenti
le anime non hanno sesso né sono mie
Non non temere tu non sarai preda dei venti
ma perché non mi dai la tua mano perché
potremmo correre sulla collina
e fra i ciliegi veder la mattina che giorno è
E dando un calcio ad un sasso
residuo d’inferno e farlo rotolar giù giù giù
e noi ancora ancor più su
planando sopra boschi di braccia tese
un sorriso che non ha
né più un volto né più un’età
e respirando brezze che dilagano su terre senza limiti e confini
ci allontaniamo e poi ci ritroviamo più vicini
e più in alto e più in là
ora figli dell’immensità

Il bandito e il campione – Francesco De Gregori

Il testo del brano trae spunto da una storia vera, l’amicizia giovanile fra il grande campione, Costante Girardengo, e il pericoloso bandito, Sante Pollastri, entrambi originari di Novi Ligure.

Un legame nato ai tempi delle strade sterrate intrise di sudore e fatica, passioni e sentimenti. Luci e ombre sull’asfalto, un ricordo struggente del ciclismo che fu e un’amara riflessione su ciò che non sarebbe mai dovuto diventare.

Di Girardengo sappiamo tutto, vita morte e miracoli, era talmente bravo che proprio per lui venne coniato per la prima volta l’appellativo di campionissimo, meritatamente ereditato in seguito da Fausto Coppi.

Di Sante Pollastri al contrario conosciamo ben poco; soprannominato il “bandito anarchico” trascorse gran parte dell’esistenza combattendo un’impari lotta contro le forze dell’ordine fino all’inevitabile sconfitta.

Le scarne notizie di cronaca nera dell’epoca venivano infatti puntualmente censurate dal regime fascista per cui la loro veridicità risulta quanto meno dubbia.

Sempre avvolto nel mistero è rimasto ad esempio il motivo per cui ce l’avesse tanto con i Carabinieri, ne uccise una quindicina in diversi conflitti a fuoco, forse per vendicarsi dell’uccisione di un cognato o della morte del fratello, prelevato a forza da casa per presentarsi alla chiamata di leva, nonostante fosse gravemente malato, e poi morto in caserma.

La leggenda popolare racconta invece di uno stupro perpetrato ai danni della sorella Carmelina da parte di un militare dell’arma, onta subito lavata col sangue dal Pollastri medesimo che a causa di questo delitto sarebbe quindi stato costretto a darsi alla latitanza.

Però nessuna di tali ipotesi trova riscontro oggettivo e certo nella documentazione storica del periodo e anche riguardo la sua fede politica si nutrono dubbi; egli stesso rispose al giudice che gli poneva la domanda specifica con un vago e lapidario: – Ho le mie idee -

L’anacronistica carriera dell’estemporaneo brigante ebbe termine a Parigi proprio nelle circostanze narrate dall’autore nel testo: quel giorno si doveva disputare un criterium ciclistico con la partecipazione dell’amico campione e lui non seppe resistere alla tentazione di assistervi come spettatore, ma alla polizia era giunta una soffiata e lo attese al varco per catturarlo.

Sull’identità della presunta spia si sono fatte parecchie congetture, ma l’ipotesi più accreditata rimane quella che la colpevole del tradimento sia stata la sua donna.

Condannato all’ergastolo scontò gran parte della pena nel carcere di massima sicurezza di Porto Santo Stefano fino alla concessione della grazia avvenuta nel 1959. Una volta libero passerà il resto dei suoi giorni facendo il venditore ambulante per guadagnarsi da vivere.

Sante Pollastri morì solo e dimenticato il 30 Aprile 1979 questa l’unica cosa certa, tutto il resto è leggenda.

TESTO / LYRICS

Due ragazzi del borgo cresciuti troppo in fretta
un’unica passione per la bicicletta
un incrocio di destini in una strana storia
di cui nei giorni nostri si è persa la memoria
una storia d’altri tempi, di prima del motore
quando si correva per rabbia o per amore
ma fra rabbia ed amore il distacco già cresce
e chi sarà il campione già si capisce
Vai Girardengo, vai grande campione
nessuno ti segue su quello stradone
Vai Girardengo, non si vede più Sante
è dietro a quella curva, è sempre più distante.
E dietro alla curva del tempo che vola
c’è Sante in bicicletta e in mano ha una pistola
se di notte è inseguito spara e centra ogni fanale
Sante il bandito ha una mira eccezionale
e lo sanno le banche e lo sa la questura
Sante il bandito mette proprio paura
e non servono le taglie e non basta il coraggio
Sante il bandito ha troppo vantaggio.
Fu antica miseria o un torto subito
a fare del ragazzo un feroce bandito
ma al proprio destino nessuno gli sfugge
cercavi giustizia ma trovasti la Legge.
Ma un bravo poliziotto che sa fare il mio mestiere
sa che ogni uomo ha un vizio che lo farà cadere
e ti fece cadere la tua grande passione
di aspettare l’arrivo dell’amico campione
quel traguardo volante ti vide in manette
brillavano al sole come due biciclette
Sante Pollastri il tuo Giro è finito
e già si racconta che qualcuno ha tradito.
Vai Girardengo, vai grande campione
nessuno ti segue su quello stradone
Vai Girardengo, non si vede più Sante
è sempre più lontano, è sempre più distante
sempre più lontano, sempre più distante…
Vai Girardengo, non si vede più Sante
Sempre più lontano, sempre più distante…